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Legalizzare la produzione di generici e biosimilari durante il periodo di vigenza del certificato di protezione supplementare europeo del brevetto (Supplementary Protection Cerificate-SPC) per l’esportazione nei Paesi terzi dove esso non esiste o è già scaduto e consentire lo stoccaggio del prodotto negli ultimi due anni di vigenza del SPC per essere pronti a lanciarlo anche sul mercato interno il primo giorno utile dopo la scadenza (day -1 launch). È con queste due armi di pregio che il Parlamento europeo è intenzionato a dare l’ultima spallata ai paletti che frenano la competitività delle aziende farmaceutiche con sede nell'UE, rispetto agli altri protagonisti del settore off patent a livello mondiale.

Le misure sono contenute nel testo del Regolamento sulla Supplementary Protection Cerificate (SPC) manufacturing waiver approvato ieri dalla Commissione giuridica del PE con una sorta di plebiscito - 22 voti favorevoli e 1 contrario - e con il mandato ad avviare i negoziati trilaterali con Consiglio e Commissione. L’intenzione è quella di concludere i lavori nel Trilogo entro il mese di febbraio e arrivare all’approvazione finale, in plenaria, nel mese di marzo.

Un passaggio cruciale e un importantissimo passo avanti rispetto alla versione licenziata appena una settimana fa dal Consiglio.

“I parlamentari europei sono convinti che queste misure riaffermeranno l’attrattiva dell'UE come hub globale per gli investimenti nella ricerca farmaceutica innovativa, riducendo al contempo i costi e migliorando l'accesso ai medicinali generici e biosimilari all'interno dell'UE”, spiega il comunicato diffuso ieri dalla Commissione Giuridica del PE.

Attualmente, il Supplementary Protection Cerificate (SPC) estende fino a ulteriori 5 anni la durata già ventennale dei brevetti farmaceutici europei, per consentire il recupero del tempo intercorso tra il deposito della domanda e l’ottenimento dell’AIC dei prodotti, creando - secondo la Commissione Juri - “barrriere legali non intenzionali per i produttori di generici e biosimilari con sede nell'UE, ponendoli in una posizione di svantaggio rispetto alle aziende extra-Ue non soggette a tali restrizioni”.

E sono i dati a delineare l’entità dei danni che deriverebbero dalla delocalizzazione forzata cui sarebbero sottoposte le aziende per competere alla pari: “I mercati farmaceutici globali stanno subendo profondi cambiamenti e si stanno spostando verso una maggiore quota di mercato per i farmaci generici e biosimilari, con una domanda globale che raggiunge 1,1 trilioni di euro nel 2017. Con un tasso di crescita annuale del 6,9% entro il 2020, biosimilari e generici sono proiettati per rappresentare l'80% di tutte le medicine in volume e il 28% in valore”.

Quanto basta per motivare l’introduzione delle deroghe all’SPC approvate ieri che, in sintesi, consentono ai produttori di:

  • fabbricare legalmente un prodotto per l'esportazione in paesi terzi durante il periodo di vigenza dell’SPC;
  • immagazzinare il prodotto negli ultimi 2 anni del periodo di vigenza dell’SPC, consentendo così il lancio sul mercato UE il giorno successivo alla scadenza dello stesso (day-1 launch).
  • utilizzare le suddette deroghe su qualsiasi SPC il cui brevetto di base scada dal gennaio 2021.

Il testo approvato include infine forti salvaguardie per garantire la protezione della proprietà intellettuale nell'UE e aumentare la trasparenza, prevendendo tra l’altro:

  • una procedura di notifica per avvisare le autorità competenti e i titolari di certificati due mesi prima dell'avvio della produzione;
  • l’obbligo di una etichettatura ad hoc per i prodotti destinati all’esportazione, per garantire che il prodotto non sia dirottato verso il mercato UE;
  • l’obbligo di diligenza del fabbricante di informare tutta la propria catena distributiva che il prodotto rientra nella deroga ed è dunque destinato all’export e / o al day-1 launch;

"Siamo felici che la relazione sia stata accolta da tutti i gruppi con un sostegno così schiacciante - ha commentato il relatore, lo spagnolo Luis de Grandes Pascual (PPE, ES) - il nostro obiettivo era trovare una proposta equilibrata che risultasse utile sia ai produttori di farmaci generici che agli innovatori dell’Unione: si tratta di un passo importante per consolidare il ruolo dell'UE nella produzione farmaceutica e nell'innovazione".

Passo avanti in Europa nell’iter legislativo per l’approvazione della Supplementary Protection Cerificate (SPC) manufacturing waiver, la riforma del certificato supplementare di protezione (SPC) dei brevetti farmaceutici che consentirebbe alle aziende italiane di competere alla pari con gli altri protagonisti del settore off patent a livello mondiale.
Nella seduta di ieri, infatti, il Coreper – il comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell'Unione europea, ovvero l’organo che prepara le determinazioni del Consiglio – ha raggiunto una posizione di compromesso sulla bozza di Regolamento che introduce una deroga al certificato di protezione complementare ai soli fini dell’export (SPC Waiver).

La normativa consentirebbe cioè ai produttori di generici e biosimilari con sede nell'UE di produrre una versione generica o biosimilare di un medicinale ancora protetto da SPC esclusivamente allo scopo di esportare in un mercato extra-UE dove la protezione è scaduta o non è mai esistita.
Attualmente, invece, il Supplementary Protection Cerificate (SPC) estende fino a ulteriori 5 anni la durata già ventennale dei brevetti farmaceutici europei, per consentire il recupero del tempo intercorso tra il deposito della domanda e l’ottenimento dell’AIC dei prodotti, impedendo qualunque attività produttiva ai fini dell’export. La conseguenza è che le aziende europee sono così esposte ad una pesante concorrenza da parte dei produttori extra-Ue, non soggetti ad analoghe restrizioni, e costrette a delocalizzare gli impianti stringendo accordi vincolati con i Paesi ospiti.

Secondo quanto previsto dalla bozza di Regolamento concordata ieri, la deroga per l’export dovrebbe dunque essere concessa quando :
• generici e biosimilari sono prodotti esclusivamente per l'esportazione verso Paesi terzi in cui la protezione del medicinale originale non esiste o è scaduta;
• il produttore ha fornito almeno tre mesi le informazioni richieste dal Regolamento sia alle autorità dello Stato membro di produzione sia al titolare del SPC;
• il fabbricante ha debitamente informato tutti coloro che sono coinvolti nella commercializzazione del prodotto del fatto che il prodotto può essere immesso sul mercato solo al di fuori dell'UE;
• il produttore ha apposto sulla confezione del prodotto il logo specifico previsto dal Regolamento, indicando chiaramente che è solo per l'esportazione.

Nei primi tre anni di entrata in vigore della normativa però la deroga potrà essere richiesta solo per i nuovi SPC, ovvero quelli richiesti a partire dalla data di entrata in vigore del Regolamento, successivamente potrà essere estesa anche a quelli di più vecchia data ma divenuti efficaci dopo l'entrata in vigore del Regolamento.

A rimanere in sospeso è ancora la questione dell’on Day-1 Launch, contenuta nelle proposte emendative avanzate dall’ENVI, il Comitato per la salute del Parlamento Europeo: ovvero la possibilità per le aziende di produrre e stoccare i lotti prodotti in presenza di SPC nei propri magazzini per venderli nei paesi UE dal giorno successivo alla scadenza dell’SPC (Day-1 entry).
A fronte delle aspettative circa l’introduzione del Day-1 launch da parte del Parlamento Europeo, la mancanza di questa previsione sarebbe dannosa per le imprese, in particolare le PMI e per i pazienti europei, che sembra potranno però contare sul parere favorevole che Italia, Francia, Germania e Spagna sarebbero orientate a esprimere in modo compatto all’avvio dei negoziati con il Parlamento europeo nella procedura del Trilogo che la presidenza rumena sembra intenzionata ad attivare in tempi stretti per arrivare all’adozione del testo in prima lettura.

“Il progetto di Regolamento – ha sottolineato ieri il comunicato del Consiglio - dovrebbe contribuire alla competitività dell'Europa come centro per la ricerca e lo sviluppo nel settore farmaceutico. Aiuterà le nuove aziende farmaceutiche ad avviarsi e ad espandersi in aree ad alta crescita, generando nei prossimi 10 anni, un fatturato annuo netto aggiuntivo superiore a 1 miliardo di euro, che potrebbe tradursi nello stesso arco di tempo in 20.000-25.000 nuovi posti di lavoro”.

Da gennaio a settembre i farmaci equivalenti hanno assorbito il 22% dei consumi in farmacia, mentre i biosimilari hanno conquistato il 14% del mercato di riferimento. A confermare il trend a tutta crescita delle cure off patent nel nostro Paese il report sull’andamento del mercato nei primi nove mesi del 2018 nei report realizzati dall’Ufficio studi Assogenerici-IBG.

l mercato degli equivalenti nei primi nove mesi del 2018.  Da gennaio a settmbre 2018 i farmaci equivalenti hanno rappresentato il 22,1% del totale del mercato farmaceutico a volumi nel canale farmacia e il 13,5% a valori, per un totale di 1,88 miliardi in prezzi ex factory, facendo registrare una performance positiva rispetto ai primi nove mesi del 2017 (tutte le classi), del 2,8% a unità e del 9,7% a valori, a fronte di un rallentamento del mercato farmaceutico complessivo (-0,5% a unità, -1,4% a valori) determinato dall’arretramento dei brand a brevetto scaduto (-1,4% a unità e -3,2% a valori). 

Il giro d’affari del comparto si conferma concentrato essenzialmente in classe A per un totale di 1.48 miliardi che rappresentano il 78,8% del totale della spesa per farmaci generici (l’89,5% a confezioni).
Entrando nel dettaglio dei consumi in classe A nel canale farmacia, nel periodo gennaio-settembre 2018 si registra una flessione del -1% del numero di confezioni rimborsate dal SSN rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente con una conseguente contrazione della spesa netta rimborsata del 4%. In particolare si registra una flessione dei consumi relativa ai prodotti ancora coperti da brevetto o privi di generico: - 13,5% a unità e -16,8% a valori rispetto ai primi nove mesi del 2017. In crescita invece il segmento relativo ai farmaci a brevetto scaduto, in particolare quello degli equivalenti che rappresentano il 29,6% delle confezioni di Classe A (+ 3,4% rispetto al gennaio-settembre 2017) e il 22,4% della spesa di classe A (+ 8,5%). 

Per quanto riguarda l’analisi dei consumi per area geografica, il consumo degli equivalenti di classe A si concentra soprattutto al Nord (36,7% a unità; 27,5% a valori), mentre restano distanziati il Centro (27,1%; 20,7%) e il Sud Italia (21,8%; 16,5%). A guidare la classifica dei consumi di equivalenti è la Provincia Autonoma di Trento, con il 42,7 sul totale delle unità dispensate SSN nel periodo gennaio-settembre. Trento con L’Emilia Romagna sono anche i due territori dove si registra la più alta incidenza di consumi complessivi di farmaci off patent (generici e branded a brevetto scaduto) - l’83,4% - a carico del Ssn. Secondo territorio a maggior consumo di equivalenti la Lombardia (38,9%), seguita da Emilia Romagna (36,6%), Friuli Venezia Giulia (36,3%) e Valle d’Aosta (35,3%). Fanalino di coda Calabria (19,8%), Basilicata (20,1%), Campania e Sicilia (21,3% a pari merito).

Per quanto riguarda il mercato ospedaliero gli equivalenti in classe A e H assorbono il 26,8% dei consumi a volumi e il 6,1% a valori. A dominare il mercato ospedaliero sono i brand a brevetto scaduto che quotano il 39,1% dei consumi a volumi e il 5,1% a valori, mentre ai farmaci esclusivi (protetto o senza generici corrispondente) resta il 34,2% dei consumi a volumi che valgono però il 92,8% della spesa farmaceutica pubblica ospedaliera.


Il mercato dei biosimilari nei primi nove mesi del 2018. Nei primi nove mesi del 2018 le 10 molecole biosimilari in commercio sul mercato italiano - Epoetine, Filgrastim, Somatropina, Follitropina alfa, Infliximab, Insulina Glargine, Etanercept, Rituximab, Enoxaparina e Insulina Lispro, per un totale di 45 prodotti - hanno assorbito il 14% dei consumi nazionali contro l’86% detenuto dai corrispondenti originator.

Su base annua il pool dei biosimilari presenti sul mercato nazionale ha fatto registrare una crescita complessiva del 51,1% rispetto ai primi nove mesi del 2017, calcolata al netto delle new entry, ovvero le nuove molecole biosimilari lanciate sul mercato solo da giugno 2017 (Enoxaparina e Insulina Lispro), a fronte di una contrazione dei biologici originator dell’8,8%. Il dato dirompente è legato all’esordio sul mercato del Rituximab biosimilare (lanciato proprio nel settembre 2017) che nel giro di un anno ha assorbito il 48,16% del mercato nazionale della molecola.

Titolari del “sorpasso” rispetto al biologico originatore restano invece altre tre molecole ad altissima penetrazione nel mercato: il Filgrastim, i cui 5 biosimilari in commercio assorbono il 95% del mercato a volumi (90% a valori, a prezzo medio), le Epoetine (77% del relativo mercato a volumi e 64% a valori) e l’Infliximab (72% del mercato a volumi; 57% a valori).
Da segnalare tra gli “inseguitori” il Rituximab, la cui versione biosimilare in commercio dal luglio 2017 concentra il 48% dei consumi a unità e il 31% a valori.

Diversificato ma comunque in crescita il quadro dei consumi a livello regionale. A registrare il maggior consumo di biosimilari per tutte le molecole in commercio sono la Valle d’Aosta e il Piemonte: in entrambe quotano il 43,74% del mercato sul mercato complessivo di riferimento e addirittura l’81,63% del mercato riferito all’insieme delle cinque molecole in commercio da almeno 3 anni (Epoetine, Filgrastim, Somatropina, Infliximab, Follitropina Alfa).

Lo stesso pool di molecole di più antica commercializzazione ottiene consensi di rilievo praticamente in tutte le Regioni (Liguria, 76,37; Toscana, 76,16%; Trentino 73,65%; Sardegna 70,85%; Sicilia, 64,92%; Veneto 64,27%; Emilia Romagna, 63,89%). Fanalini di coda Abruzzo (47,33%) e Calabria (16,71%).

La classifica varia ampliando l’analisi a tutti i biosimilari in commercio: tolto il già citato primato il Piemonte e Valle d’Aosta, seguono in classifica Sicilia (20,62% del mercato complessivo), Basilicata (15,14%), Friuli Venenzia Giulia (14,69%), Toscana (14,26%). Tutte le altre Regioni risultano al di sotto della media nazionale.

Il mercato italiano dei farmaci generici: dati gennaio-settembre 2018

Il mercato italiano dei farmaci biosimilari: dati gennaio-settembre 2018

 

Dopo la Guida per gli operatori sanitari pubblicata nel 2017 Ema e Commissione Europea mettono a disposizione dui tutti un nuovo strumento per migliorare la comprensione dei biosimilari nell'UE. L'Agenzia regolatoria europea ha infatti pubblicato oggi un video animato, destinato ai pazienti, dove si affronta con linguaggio scientificamente corretto e accessibile l'argomento delle cure biologiche e il concetto di "similarità" con i biologici di riferimento già autorizzati.

Il video - reso disponibile in otto lingue europee - vede la luce in occasione della IV Conferenza multi-stakeholder sui medicinali biosimilari promossa dalla Commissione Ue a dall'EMA, in programma domani a  Bruxelles con la partecipazione di autorità pubbliche, organizzazioni di pazienti, operatori sanitari e aziende farmaceutiche chiamate a condivideranno le migliori esperienze cliniche con le medicine biologiche, inclusi i biosimilari.

Tra i temi affrontati, le scelte politiche sull'introduzione dei biosimilari in oncologia, le pratiche di approvvigionamento sostenibile e il miglioramento della conoscenza dei biosimilari. Nel corso dei lavori è prevista anche a presentazione del rapporto  2018 sull'impatto della competizione biosimilare nell'UE curato da IQVIA.   

La Società europea di oncologia medica (ESMO) e l'American Society of Clinical Oncology (ASCO), le due principali organizzazioni mondiali per i professionisti di oncologia, hanno rilasciato oggi una dichiarazione congiunta per invitare i governi a rinnovare l'impegno politico per migliorare servizi di cancro e ridurre le morti per cancro. La dichiarazione è stata rilasciata in occasione dell'udienza della società civile delle Nazioni Unite sulle malattie non trasmissibili (NCD) a New York. 

"Come medici oncologi, lavoriamo duramente ogni giorno per garantire che i pazienti ricevano le migliori cure possibili - ha dichiarato Alexandru Eniu, presidente del Comitato di politica globale dell'ESMO. - Stiamo progressivamente aumentando le nostre conoscenze sul cancro e su come trattarlo. Possiamo anche curare alcuni tumori se interveniamo abbastanza presto.  Tuttavia, in molti Paesi manca anche l'accesso ai farmaci antitumorali essenziali più economici e ai dispositivi medici prioritari”. Per questo, ha proseguito "Abbiamo urgente bisogno che i governi lavorino con noi e ci assicurino di avere abbastanza professionisti in oncologia e le risorse necessarie per applicare le nostre conoscenze e salvare vite umane". 

"Recenti rapporti delle Nazioni Unite e dell'OMS osservano che, a meno che i Paesi non aumentino significativamente le loro azioni e investimenti, non raggiungeranno obiettivi concordati per ridurre le morti da malattie non trasmissibili - ha aggiunto  presidente dell'ESMO, Josep Tabernero. - Siamo preoccupati che i governi possano trovare più facile raggiungere i loro obiettivi riducendo le morti solo da alcune NCD, lasciando dietro di sé i malati di cancro. Crediamo che esistano modi economicamente efficaci per migliorare la cura del cancro e siamo pronti ad assistere i paesi nel fare ciò fornendo la nostra esperienza nella gestione del cancro per sostenere l'attuazione della Risoluzione del Cancro dell'Assemblea Mondiale della Salute 2017 ".

"Esortiamo gli Stati membri - ha concluso Tabernero  -  a prendere in considerazione il nostro invito congiunto e gli emendamenti volti a rafforzare la Dichiarazione politica da approvare durante la riunione ad alto livello delle Nazioni Unite del 27 settembre e modificare così le prospettive future per i malati di cancro in tutto il mondo".

"I biosimilari richiedono gli stessi standard di qualità, sicurezza ed efficacia previsti per ogni medicinale biologico e sono sottoposti a un rigoroso processo di valutazione. Per tale motivo, l’AIFA li considera intercambiabili con i corrispondenti originatori tanto per i pazienti naïve quanto per i pazienti già in terapia". 

A ribadire la posizione dell'Agenzia Italiana del Farmaco in materia è il direttore generale, Mario Melazzin, in un editoriale e in una videointervista pubblicate sul portale dell'AIFA, in occasione dell'uscita nella Gazzetta Ufficiale n.104 del 7 maggio, della Determina del 20 aprile 2018 sull'adozione del "Secondo Position Paper sui farmaci biosimilari" (Determina n. DG/629/2018).

Nell'editoriale il DG riassume il percorso che ha portato alla definizione e regolamentazione dei medicinali biosimilari in Europa più rapidamente che negli Stati Uniti, sottolinendo che "il quadro regolatorio così definito costituisce ad oggi il benchmark normativo per altre istituzioni quali l’OMS e le agenzie regolatorie extraeuropee", a fronte di un mercato europeo dei biosimilari in continua espansione visto che tra il 2006 e il 2018 nell’Unione Europea sono stati autorizzati 38 farmaci biosimilari, per un totale di quindici principi attivi.

Una marcia in più che deriva all'Europa - spiega Melazzini - proprio dall'aver adottato un quadro normativo chiaro e un contesto più favorevole alla concorrenza: "La competitività è così marcata e le future opportunità di mercato sono tali che anche le aziende più innovatrici hanno iniziato ad investire risorse sui biosimilari al fine di diversificare il proprio portfolio e “sfruttare” le scadenze brevettuali dei farmaci biotech a più alto impatto di spesa". 

"La scadenza della copertura brevettuale dei farmaci biologici - conclude il DG - rappresenta un’opportunità straordinaria per i pazienti e per il sistema sanitario nel suo complesso. Oltre a consentire l’accesso alle nuove terapie a un maggior numero di pazienti, porterebbe infatti un risparmio, in termini di risorse finanziarie, che potrebbe essere re-investito nell’innovazione farmaceutica".

 

 

 

 

 

 

 

"I medicinali biosimilari sono approvati secondo gli stessi standard di qualità, sicurezza ed efficacia richiesti per ogni medicinale biologico e sono sottoposti a un rigoroso processo di valutazione. Il rapporto rischio-beneficio è, infatti, lo stesso degli originatori di riferimento: ecco perché AIFA li considera intercambiabili. Saranno comunque i medici a doverne valutare l’utilizzo", così il Direttore Generale AIFA Mario Melazzini a conclusione dell’incontro “Accesso alle terapie con farmaci biologici: i fenomeni di sottotrattamento e le opportunità offerte dai biosimilari”, che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha organizzato ieri a Roma per presentare il Secondo Position Paper sui Farmaci Biosimilari.

L’AIFA, attraverso il Position Paper, si propone di informare e sensibilizzare su quella che ritiene essere una vera e propria sfida anche dal punto di vista culturale, fornendo agli operatori sanitari e ai cittadini indicazioni chiare, trasparenti e convalidate.

“I biosimilari sono uno strumento irrinunciabile per lo sviluppo di un mercato competitivo e concorrenziale che produca salute perché costituiscono un’opzione terapeutica a costo inferiore per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Questo significa trattare un numero sempre maggiore di pazienti e garantire l’accesso a terapie ad alto impatto economico, con un risparmio potenziale non solo in termini di costi sanitari, ma anche sociali”, ha dichiarato poi Mario Melazzini.

La disponibilità dei prodotti biosimilari genera concorrenza rispetto ai prodotti originatori, rappresentando un elemento fondamentale per garantire la risposta al bisogno di salute e la necessità di governare la spesa, allocando le risorse dove più necessario.

“Gli standard qualitativi dei medicinali biosimilari sono gli stessi richiesti per gli altri tipi di farmaci”, ha specificato Simona Montilla (AIFA); “le autorità regolatorie, come per qualsiasi medicinale, sono tenute a svolgere ispezioni periodiche del prodotto, degli stabilimenti di produzione e del sistema di monitoraggio, sia in fase pre-autorizzativa sia durante la commercializzazione”.

L'AIFA ha organizzato la giornata suddividendo i partecipanti in Tavoli di lavoro tematici impegnati ad approfondire l'impatto dei medicinali nelle specifiche aree e ha inteso stimolare un dibattito dinamico e si sono focalizzati, nello specifico, sulle aree cliniche della Reumatologia, della Gastroenterologia, della Dermatologia e dell’Oncologia, ma anche sulle opportunità e le sfide che attendono AIFA e le sue decisioni.

“A partire da oggi rafforzeremo un metodo di lavoro già avviato e che AIFA intende continuare nel tempo, puntando a mantenere vivi il lavoro e il confronto tra gli esperti riuniti nei Tavoli tematici”, ha proseguito il DG AIFA.

Melazzini ha ribadito come i biosimilari rappresenteranno sempre di più un progetto strategico per l’Agenzia, che promuoverà specifiche iniziative di formazione dedicate ai medici al fine di diffondere, anche attraverso il confronto con le Regioni e le aziende farmaceutiche, un’informazione corretta e trasparente a beneficio di pazienti sempre più esperti.

 

Il Position Paper esprime la posizione ufficiale dell’Agenzia: per la sua stesura è stata avviata una consultazione pubblica, grazie alla quale sono stati analizzati circa 200 commenti ricevuti da società scientifiche, commissioni Regionali e aziende ospedaliere, operatori sanitari, associazioni di pazienti e della società civile, associazioni di categoria industriale e aziende farmaceutiche.

 

 

 

Nel 2017 le otto molecole biosimilari in commercio sul mercato italiano –Epoetine, Filgrastim, Somatropina, Follitropina alfa, Infliximab, Insulina Glargine, Rituximab e Etanercept -  hanno assorbito il 19% dei consumi  nazionali contro l’81% detenuto dai corrispondenti originator, registrando una crescita complessiva dei consumi del 73,9% rispetto al 2016: il dato emerge dal Report annuale realizzato dall'Ufficio Studi IBG - Italian Biosimilars Group sui dati a consuntivo 2017.       

Per tre delle molecole in questione il mercato nazionale ha registrato il sorpasso nelle vendite di biosimilare rispetto al biologico originatore. A realizzare il maggior grado di penetrazione sul mercato è stato  il Filgrastim, i cui 5 biosimilari in commercio  hanno assorbito il 92,7%  del mercato a volumi. Ad assicurarsi la seconda miglior performance sono state invece le Epoetine, che hanno assorbito il 67,4% del relativo mercato a volumi. Entrambe le molecole citate sono in commercio in versione biosimilare dal 2009 e ciò rende ancora più ragguardevole la performance dei tre biosimilari dell’Infliximab che in un paio d’anni (la prima commercializzazione risale al febbraio 2015) sono arrivati a totalizzare il 54,6% del mercato a volumi.

Decisamente più distanziata la performance della Somatropina biosimilare, commercializzata dal 2007,  che raccoglie il 28%  a volumi in un mercato ancora solidamente (72%) detenuto da 7 altri prodotti originatori.

Ancora in via d’assestamento, infine, la penetrazione sul mercato dei biosimilari di più recente registrazione, a partire dalla Follitropina alfa, in commercio dall’aprile 2015, titolare nel 2017 dell’8,2% del mercato della molecola a volumi. Migliore invece la prestazione dell’Insulina Glargine, con il primo biosimilare in commercio da febbraio 2016 e titolare alla fine dello stesso anno  del 15,4% del mercato a volumi. Sulla stessa lunghezza d’onda la penetrazione dell’Etanercept , entrato sul mercato nell’ottobre 2016 e arrivato a totalizzare nel 2017 l’11,6% del mercato a volumi. Comunque di rilievo, infine, quel 2,2% del mercato a volumi assorbito dal Rituximab biosimilare in soli 5 mesi di commercializzazione a partire dal luglio 2017.

Ampiamente diversificato il quadro dei consumi a livello regionale: a registrare il maggior consumo di biosimilari per tutte le molecole  in commercio sono la Valle d’Aosta e il Piemonte con una incidenza dei biosimilari del 64,11% sul mercato complessivo di riferimento. Seguono, appaiate ma decisamente distanziate dalle prime due,  Basilicata e Sicilia dove i biosimilari assorbono rispettivamente il 33,37% e il 32,77% del mercato di riferimento.

All’estremo opposto, fanalini di coda la Puglia (6,82%), l’Umbria (7%) e il Lazio (8,27%).

Ben altro aspetto assume però la classifica regionale dei consumi tenendo conto soltanto del mercato riferito all’insieme delle quattro molecole in commercio da almeno 3 anni (Epoetine, Filgrastim, Somatropina, Infliximab): in testa ai consumi di biosimilari  ancora una volta Valle d’Aosta e Piemonte, entrambe con quote di consumo di biosimilari dell’82,80%. Seguono il Trentino Alto Adige (70,63%), la Liguria (69,99%) passando per la Toscana, L’Emilia Romagna e la Sicilia, tutte con quote di penentrazione dei biosimilari superiori al 60%.

Ultima in classifica la Calabria dove il consumo delle quattro molecole biosimilari si ferma al 14,44 per cento.

 

"I farmaci biologici costituiscono un’arma importante per superare il problema del sottotrattamento e rendere disponibili terapie a un numero sempre maggiore di pazienti, in particolare nelle aree dell’oncologia, reumatologia, gastroenterologia e dermatologia".

A sostenerlo è l'Agenzia Italiana del Farmaco nella presentazione del convegno “Accesso alle terapie con farmaci biologici: i fenomeni di sottotrattamento e le opportunità offerte dai biosimilari” organizzato per martedì 27 marzo a Roma "per discutere delle opportunità che i farmaci biosimilari possono apportare al Servizio Sanitario Nazionale   in termini di mantenimento dell’equilibrio fra esigenza di contenimento della spesa e tutela dei diritti dei pazienti".

 

Per l'occasione il direttore generale, Mario Melazzini, presenterà il Secondo Position Paper sui farmaci biosimilari, che aggiornerà la posizione ufficiale dell’Agenzia sull'argomento. 

Il focus è su patologie gravi, croniche e complesse come il cancro, l'artrite reumatoide, psoriasi, malattia infiammatoria intestinale, disturbi della crescita e il diabete e l'obiettivo è quello di documentare - parlando a tutti gli stakeholder, pazienti compresi - la rivoluzione terapeutica derivante dall'introduzione dei farmaci biologici e i vantaggi derivanti dall'avvento dei biosimilari, primo tra tutti l'ampliamento della platea dei pazienti eleggibili al trattamento con le terapie innovative.

Titolare dell'operazione verità sui biosimilari è IBGA (International Generic and Biosimilar Medicines Association) che proprio oggi ha lanciato una campagna di informazione in materia  basata su uno slide kit che riassume tra l'altro l'esperienza decennale maturata dall'Europa che ha fatto da apripista all'introduzione dei biosimilari nel bagaglio terapeutico contemporaneo.

"Oggi a livello mondiale - sottolinea  IGBA disponiamo dei dati di real worl evidence relativi ad oltre 700 milioni di giornate di terapia con i biosimilari e in 10 anni di attività il sistema di monitoraggio dell'UE non ha individuato alcuna differenza nella natura, gravità o la frequenza di eventi avversi tra biosimilari e il loro medicinale di riferimento. L'esperienza clinica accumulata con i farmaci biosimilari può rappresentare il punto di svolta globale per il più ampio accesso ai farmaci destinati al trattamento di condizioni mediche complesse".

 

 

La Commissione per la Farmacopea Europea ha adottato la nuova monografia “Infliximab  concentrated solution” (2928), ovvero la prima monografia su un anticorpo monoclonale, che sarà pubblicata nel supplemento 9.6 della Farmacopea Europea (Ph.Eur.) ed entrerà in vigore da gennaio 2019.

A darne notizia è una recente informativa  dell'EDQM (European Directorate for the Quality of Medicines & Healthcare), sottolineando che la monografia rappresenta il traguardo del lavoro di definizione degli  standards per gli anticorpi monoclonali terapeutici (mAbs) avviato dalla Commissione della Farmacopea Europea nel 2014, con una fase pilota seguita da ampie consultazioni con gli stakeholders.

L'attività relativa all'Infliximab - utilizzato come case study - è stata sviluppata con un approccio "bottom-up", caratterizzato da uno studio di fattibilità partito dall’analisi delle vigenti monografie, esaminando i testi generali applicabili ai mAbs e le aree necessariamente da sviluppare in relazione agli stessi, tenendo in specifico conto delle esigenze di flessibilità determinate dall’eterogeneità del prodotto processo-dipendente (es. glicosilazione, charge profile).

L'esito dei rigorosi test analitici eseguiti dagli esperti della Commissione Ph. Eur. e dagli Official Medicines Control Laboratories e i  feedback ricevuti dagli stakeholders hanno dimostrato la possibilità di stabilire requisiti di qualità significativi per un anticorpo monoclonale complesso (150 kDa).

La monografia  include i criteri di verifica di performance dei metodi analitici e prevede al contempo la presentazione di procedure-esempio per i complex assays, aprendo anche il campo all’uso di metodi alternativi.

La Commissione per  la Farmacopea Europea -  conclude l'informativa EDQM - "proseguirà nelle sue attività di definizione di standards per gli anticorpi monoclonali terapeutici, sviluppando approcci di tipo orizzontale atti a definire general requirements e metodologie applicabili a classi/sottoclassi di mAbs". Citati a titolo di esempio gli standards per il TNF-alpha.

 

Nei primi nove mesi del 2017 il mercato italiano dei farmaci biosimilari ha consolidato la sua crescita: le nove molecole in commercio hanno assorbito il 18% del loro mercato di riferimento - rappresentato da Epoetine, Filgrastim, Somatropina, Follitropina Alfa, Infliximab, Insulina Glargine, Etanercept, e dal neo entrato Rituximab -  contro il 13% registrato nel 2016, per un totale di 7,07 milioni di unità di consumo a fronte dei 31,16 milioni di unità dei corrispondenti originator che controllano l’82% dello stesso mercato. 

Il dato è contenuto nell’ultimo Report dell’Italian Biosimilars Group che segnala in avanzata vigorosa tutte le quattro molecole biosimilari in commercio da oltre 3 anni: le Epoetine, che tra gennaio e settembre hanno totalizzato il 66 % a volumi e il 58% a valori; il  Filgrastim, che detiene il   92% del mercato sia a volumi e a valori; la Somatropina che assorbe il 28% a volumi e il 25% a valori; l’Infliximab che detiene il 54% a volumi e il 51% a valori del proprio mercato di riferimento ().

Ritmi diversi,  ma comunque positivi, per la  performance delle molecole di più recente registrazione, che risentano chiaramente della temporalità delle gare ospedaliere: il biosimilare dell'etanercept, lanciato nell'ottobre 2016,  a circa un anno dalla commercializzazione assorbe il 9% a volumi ed il 6% a valori del mercato nazionale della molecola; l'Insulina Glargine, in commercio da febbraio 2016, quota invece il 13% a volumi e il 12% a valori.

Per quanto riguarda i consumi di biosimilari  a livello regionale, l’analisi condotta per le quattro molecole in commercio da almeno tre anni trova al primo posto, a pari merito, la Valle d’Aosta e il Piemonte, con una incidenza dei biosimilari sul mercato di riferimento pari all’82,38%. A Seguire i Trentino (70,46%), la Liguria (68,66%), il Veneto (67,10%).

All’estremo opposto i consumi più bassi si registrano in Calabria (14,00%), Abruzzo e Molise (33,51 entrambe), Marche (39,29%).

 

 

Nei pazienti in emodialisi lo switch da diverse formulazioni di eritropoietina al biosimilare si è rivelato sicuro e di pari efficacia clinica, garantendo il mantenimento della stabilità dei livelli di emoglobina e ferro e consentendo un risparmio globale del 50,93%.

Il dato emerge da uno studio realizzato da esperti del dipartimento di Nefrologia e dialisi dell'Ospedale GB Grassi e del Dipartimento di farmacia della Asl Roma 3 ("Lo switch a biosimilari dell'eritropoietina alfa in emodialisi - Analisi dell'efficacia, della sicurezza e dei costi di un singolo centro", Massimo Morosetti e altri, http://www.ricercaepratica.it/articoli.php?archivio=yes&vol_id=2629&id=27028).

Lo studio osservazionale - pubblicato nella rivista del'Istituto "Mario Negri" Ricerca&Pratica - ha avuto l'obiettivo di valutare  l’efficacia clinica, la sicurezza e l’impatto economico dello switch da diversi tipi di eritropoietina attualmente in commercio al biosimilare dell’ eritropoietina alfa. 

A tale scopo sono stati arruolati 87 pazienti (36 maschi, età media 65,2 ± 16,1 anni) di cui sono stati raccolti i dati relativi ai parametri considerati sei mesi prima e sei mesi dopo lo switch: il passaggio al biosimilare- riferiscono gli studiosi -  non ha detrminato variazioni significative nei livelli dell’emoglobina, ferritina e saturazione della transferrina e non si è avuto un aumento nell’incidenza di trombosi della fistola artero-venosa e di eventi cardiovascolari rispetto alla popolazione generale di pazienti in dialisi. Infine, il consumo medio mensile di eritropoietina per paziente è rimasto costante a fronte di un dimezzamento della spesa media mensile per il trattamento (la media mensile per paziente è variata da 317,78 euro a 155,91 euro.

Lo switch da originator a biosimilare - concludono i ricercatori - può essere considerato sovrapponibile allo switch tra originatori, a patto che il pazientie sia strettamente monitorato e fermarestando la tracciabilità del farmaco. Giudicato inoltre corretto che la decisione di modificare la terapia con eritropoietina somministrando il biosimilare debba essere una responsabilità del clinico discussa in modo appropriato con il paziente.

Nel primo semestre dell’anno, il mercato dei farmaci biosimilari continua la sua crescita; le sette molecole in commercio hanno assorbito il 21% del loro mercato di riferimento, contro il 13% registrato nel 2016.

Il dato emerge dal Report semestrale (http://www.italianbiosimilarsgroup.it/it/studi-e-analisi/mercato-italiano---i-semestre-2017.htm) realizzato dall'Ufficio Studi dell'Italia Biosimilars Group che segnala in particolare l’avanzata di tutte le quattro molecole in commercio da oltre 3 anni: le Epoetine, che tra gennaio e giugno hanno totalizzato il 65 % a volumi e il 57% a valori; il  Filgrastim, che detiene il   92% del mercato a volumi e a valori; la Somatropina che assorbe il 27% a volumi e il 23% a valori; l’Infliximab che detiene il 53% a volumi e il 50% a valori del proprio mercato di riferimento.

Interessanti per l’analisi anche le performance delle molecole di più recente registrazione, che risentano chiaramente della temporalità delle gare ospedaliere: il biosimilare dell'etanercept lanciato nell'ottobre 2016 assorbe dopo 8 mesi di commercializzazione appena il 6% a volumi ed il 4% a valori del mercato nazionale della molecola; l'Insulina Glargine, in commercio da febbraio 2016, quota invece il 15% a volumi e il 12% a valori.

Si intitola "Biosimilars for Oncologists: what you need to know" la convention organizzata dal Gruppo Biosimilari di Medicines for Europe nell'ambito dell'ESMO 2017, il Congresso annuale della  Società europea di Oncologia medica in programma a Madrid dall'8 al 12 settembre.

Il meeting - un simposio satellite gratuito, aperto a tutti i partecipanti al congresso e in programma nella prima giornata dei lavori - punta a fornire agli specialisti l'opportunità di familiarizzare con i farmaci biosimilari, destinati ad entrare in pianta stabile nell'armamentario terapeutico dell'oncologia, rappresentando una opzione di trattamento di qualità, capace di ampliare l'accesso dei pazienti alle terapie innovative garantendo allo stesso tempo la sostenibilità dei sistemi sanitari.  

Tra i relatori figura anche Elena Wolff-Holz, responsabile del gruppo di lavoro dell'Ema sui biosimilari, che affronterà tra gli altri il tema della biosimilarità, il ruolo dei test clinici nello sviluppo dei farmaci biosimilari e gli aspetti farmaco-economici connessi all'uso di questi prodotti, mentre l'estrapolazione delle indicazioni e l'intercambiabilità dei biosimilari in oncologia saranno oggetto della tavola rotonda che avrà luoogo nel corso dei lavori.

 

Ovunque finisca per essere collocata l’Ema, per le aziende di Big Pharma lo spauracchio Brexit si declina oggi in due priorità fondamentali: la necessità di garantire un trattamento speciale ai medicinali durante i negoziati che tracceranno il percorso della fuoriuscita britannica dall’Ue e quella di prevedere - non si sa come - un periodo di transizione più lungo, per evitare effetti negativi sulla salute pubblica in tutta Europa.

E’ su queste due esigenze impellenti che si concentra la prima azione concreta della coalizione (Brexit Task Force) che vede riunite le otto principali associazioni dei produttori farmaceutici europei e britannici, che in una lettera datata 13 luglio hanno messo nero su bianco il proprio appello in una lettera indirizzata a Michel Barnier, il principale negoziatore della Commissione Ue e David Davis, segretario di Stato inglese per l'uscita dall'Unione europea.

A farsi portavoce delle aree di interesse comune nel processo Brexit sono Hubertus Cranz, DG dell’AESGP (associazione europea delle aziende dell’automedicazione); Nathalie Moll, Dg dell’EFPIA (l’associazione delle farmaceutiche europee); il segretario generale di EuropaBio (industria biotecnologica europea),  John Brennan; il DG di Medicines for Europe (equivalenti e biosimilari), Adrian van den Hooven  e i loro rispettivi corrispondenti britannici: Mike Thompson per l’ABPI, Warwick Smith per la BGMA (generici), Steve Bates poer la BIA (biotech) e John Smith  per la PAGB, che rappresenta l'industria OTC nel Regno Unito.

Il messaggio riprende il dialogo a distanza dopo la lettera pubblicata all’inizio del mese sul Financial Times con cui il segretario di Stato britannico per la salute, Jeremy Hunt, e il segretario di Stato per gli Affari, Greg Clark, hanno  cercato di rassicurare l’industria farmaceutica sul fatto che i problemi con la Brexit saranno ridotti al minimo, individuando tre obiettivi  aurei: “i pazienti non dovranno essere svantaggiati; le aziende che innovano dovranno poter immettere i loro prodotti sul mercato il più rapidamente e semplicemente possibile; il Regno Unito dovrà continuare a svolgere un ruolo chiave nella salute pubblica”.

Un “gancio” che gli otto firmatari non esitano a sfruttare: “La nostra industria è altamente integrata in tutta Europa e regolata dal diritto comunitario attraverso un sofisticato sistema di regolamenti giuridici e normativi condivisi tra le istituzioni dell’UE, gli Stati membri e le autorità nazionali competenti – scrivono. - La lettera di Clark e Hunt rappresenta un'occasione per garantire la cooperazione sul regolatorio farmaceutico nell'ambito dei negoziati sulla Brexit. Vorremmo esplorare questa possibilità di mantenere stretti legami tra l'UE e il Regno Unito e avviare immediatamente il confronto, perché è importante avere il maggior numero possibile di certezze possibile, il più presto possibile, per consentire all'industria farmaceutica e delle Life Sciences di passare senza problemi al nuovo assetto, garantendo così che non vi siano problemi d’accesso ai farmaci per i pazienti”.

Secondo le imprese, una transizione ordinata ad dopo Brexit sarà cruciale per continuare a garantire la fornitura di medicinali nel Regno Unito e nell’UE:  "Nel caso di un ritiro irregolare c’è il rischio che tutte le merci da trasferire tra il Regno Unito e l’UE possano essere bloccate dai controlli alle frontiere o essere soggette a forti richieste di riesame - sottolinea la lettera - e ciò comporterebbe una grave perturbazione delle catene di approvvigionamento della maggior parte delle imprese, con a potenziali interruzioni di approvvigionamento di medicinali salvavita".  In quest’ottica risulterebbe cruciale “mantenere le AIC precedentemente concesse sia nel Regno Unito che nell'UE, garantire la continua cooperazione tra le autorità nazionali competenti e gli organismi europei e non pregiudicare la ricerca, lo sviluppo, la produzione e la fornitura di medicinali in tutta Europa, anche per studi clinici”.

Sotto la lente anche i rischi legati alla perdita delle competenze dell’Agenzia regolatoria britannica MHRA che attualmente contribuisce i modo significativo alle attività comunitarie sul fronte della sorveglianza e la supervisione della sicurezza dei prodotti.

Alla luce di tante criticità, la richiesta per i negoziatori è di “poter disporre di un periodo di attuazione che rifletta adeguatamente il tempo necessario per le aziende farmaceutiche e biotecnologiche di passare ad un nuovo assetto”.  “Questo -  concludono gli otto vertici del pharma comunitario e britannico - lascerebbe alle aziende di disporre del tempo necessario tempi necessari per evitare qualsiasi conseguenza indesiderata sulla disponibilità dei medicinali”.

 

Una Regione su due prevede una regolamentazione relativa all’attività di valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA). Nel biennio 2014-2015 sono stati prodotti 102 report Regionali di HTA, di cui il 44% dei casi relativo ai dispositivi medici e il 22% ai farmaci. 

Sono i principali risultati dell’indagine conoscitiva diretta a  rilevare lo “stato dell’arte” delle attività di Health Technology Assessment (HTA) nelle Regioni italiane condotta da AGENAS, in collaborazione con la SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment), a distanza di circa 10 anni dal Piano Sanitario Nazionale 2006-2008 che ne riconosceva il ruolo strategico nel supportare i diversi livelli decisionali del Servizio sanitario nazionale.

Nello specifico, dalla survey, cui hanno aderito 17 Regioni su 21, è emerso che 11 Regioni hanno adottato leggi e regolamenti in materia: Basilicata, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo. Non hanno legiferato: Valle D’Aosta, Marche, Umbria e Trento, Bolzano e Calabria, pur svolgendo attività di valutazione delle tecnologie sanitarie. Infine: Campania, Molise, Friuli Venezia Giulia e Sardegna non hanno risposto al questionario.

L’indagine ha, inoltre, messo in evidenza che solo 5 Regioni: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Puglia e Sicilia, tutte appartenenti al gruppo delle realtà che hanno regolamentato le attività di HTA, hanno adottato disposizioni relative al conflitto di interesse. Mentre riguardo all’impatto regionale delle valutazioni di HTA, soltanto in Veneto i risultati dei report sono “sempre vincolanti”. (http://www.agenas.it/images/agenas/In%20primo%20piano/HTA/Indagine_conoscitiva_su_HTA_.pdf ).

“I risultati dell’indagine conoscitiva evidenziano uno scenario variegato che testimonia lo sviluppo delle attività di Health Technology Assessment in Italia, seppure in forme eterogenee - dichiara Marina Cerbo, Dirigente dell’Area Innovazione, Sperimentazione e Sviluppo di AGENAS. -Questo patrimonio informativo conforta la scelta del Legislatore di istituire una Cabina di Regia presso il Ministero della Salute (L. 23 dicembre 2014 n. 190) per assicurare uniformità nella governance del settore, in particolare dei dispositivi medici. Inoltre, costituisce la nuova base per un impianto del Programma nazionale di HTA che tenga conto di quanto realizzato sinora e delle realtà più avanzate e promuova il progresso delle altre, ponendo al centro l’interesse del cittadino in quanto paziente e contribuente ad accedere alle tecnologie sanitarie di maggior valore rispetto ai propri bisogni”.

 

“L’HTA è l’unica risposta strutturale in grado di garantire innovazione e sostenibilità al Servizio sanitario nazionale assicurando, allo stesso tempo, equo accesso alle tecnologie sanitarie di valore per i cittadini”- sottolinea invece Americo Cicchetti, Presidente della SIHTA. - L’indagine mostra come molta strada sia stata fatta dalle Regioni in termini di produzione di report, ma che c’è ancora molto da fare in termini di qualità delle valutazioni e per garantire un impatto sistematico degli esiti delle valutazioni stesse sulle decisioni a livello regionale e aziendale. Il nuovo Programma nazionale di HTA promette di mettere a sistema tutte le competenze a livello nazionale, regionale e aziendale sviluppate in questi anni e garantire un reale impatto dell’HTA sulle decisioni politiche e manageriali nel sistema. Importante è fare presto e renderlo operativo senza indugi”.

Solo il 9% dei medici statunitensi è pronto ad accettare senza riserve la proposta della FDA di una denominanazione non proprietaria per tutti i prodotti biologici: originator o biosimilari che siano. Viceversa ben il 60% dei prescrittori preferirebbe veder abbinato al nome scientifico non proprietario anche il nome del produttore.

A dimostrare che l'assorbimento dei biosimilari sul mercato a stelle striscie sarà fortemente condizionatodalle scelte regolatori in tema di naming ed etichettatura sono i risultati di uno studio appena pubblicato dalla Alliance for Safe Biologic Medicines (ASBM) che in un sondaggio ha interpellato un totale di 800 medici prescrittori di biologici sulla guideline per il non-proprietary biologicals naming dell'agenzia regolatoria statunitense, pubblicata nel gennaio di quest'anno.

Secondo la proposta della FDA dovrebbe essere assegnato a tutti i biologi originari, biologici correlati e biosimilari un nome non proprietario (core name) accompagnato da un suffisso distinto e casuale, composto di quattro lettere minuscole e privo di significato stabilito dalla FDA, senza il nome del produttore. 

In uno studio separato, l'ASBM aveva in precedenza invitato 9.813 prescrittori ad esprimersi sull'etichettatura dei biologi, chiedendo loro quali informazioni avrebbero voluto vedere inserite nell'etichetta per essere aiutati a scegliere tra più biosimilari e i loro prodotti di riferimento.  

Su una scala di 1-5, dove 1 corrispone a "per nulla importante" e  5 a "molto importante", il 90% dei medici in discussione ha attribuito il massimo punteggio alla presenza nell'etichetta dell'indicazione che il prodotto è un biosimilare; il 79% degli intervistati ha attribuito un punteggio 4-5 all'inclusione nell'etichetta di indicazioni sulla intercambiabilità del biosimilare; il  75% degli intervistati, infine, ha attribuito un punteggio 4-5 all'inclusione dei relativi dati post-maketing.

Non sono emerse differenziazioni particolari in rapporto alle diverse Specialità di appartenenza degli intervistati, ma le richieste di maggiore inclusione di informazioni nell'etichetta sono state invariabilmente avanzate da professionisti con una maggiore pratica clinica sulle spalle. E va comunque sottolineato che i 35% degli intervistati ha dichiarato di ritenere fondamentale in ogni caso la facoltà di dichiarare la non sostituibilità del prodotto prescritto.

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha concesso l’autorizzazione alla produzione di medicinali sperimentali per terapie geniche all’Officina Farmaceutica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, IRCCS della Santa Sede. L’Officina Farmaceutica del Bambino Gesù si estende su una superficie di 1200 mq ed è dotata di 8 locali asettici destinati alla produzione e al rilascio di nuove terapie avanzate in ambito clinico per malattie che al momento non hanno una cura certa. I farmaci biologici prodotti saranno utilizzati nei prossimi mesi in sperimentazioni cliniche sia nazionali che internazionali.

L’autorizzazione è stata rilasciata dall’AIFA in seguito alla visita ispettiva dello scorso gennaio che ha evidenziato la rispondenza della struttura e del suo Sistema di Qualità agli standard fissati dalla normativa di riferimento (Good Manufacturing Practice).

L'autorizzazione amplia e completa la precedente, che ineriva solamente a prodotti di terapia cellulare non soggetti a manipolazione genica: grazie a questo riconoscimento, il  Bambino Gesù potrà attivare trattamenti con linfociti geneticamente modificati attraverso un recettore (chiamato recettore chimerico antigenico) in grado di reindirizzarne l'azione selettivamente sul bersaglio tumorale. Di questa straordinaria innovazione biotecnologica beneficeranno, ovviamente, i bambini ricoverati presso la nostra struttura, ma anche altri pazienti, compresi quelli adulti.

Soddisfatto il genetista Bruno Dallapiccola, direttore scientifico del Bambino Gesù: "E' un risultato importante  - ha commentato  in una nota - perché corona un impegno ed un significativo investimento dell'Ospedale teso ad offrire ai pazienti terapie innovative e cure personalizzate, in un'ottica di medicina di precisione».

Uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista “Cell Stem Cell” da un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Fondazione Policlinico A. Gemelli di Roma, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e con l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma ha svelato il meccanismo responsabile dell’elevata migrazione e malignità delle cellule staminali di glioblastoma, il più aggressivo e oggi inguaribile tra i tumori cerebrali primitivi.

Il glioblastoma è prodotto da cellule staminali aberranti che, invece di generare un tessuto normale, danno origine a un tumore cerebrale altamente maligno. A differenza di altri tumori, nel glioblastoma non è possibile effettuare una diagnosi precoce che porti alla guarigione. Le cellule staminali del glioblastoma, infatti, oltre a essere resistenti alle terapie farmacologiche, hanno la capacità di migrare dal tumore e di diffondersi in diverse aree del cervello. Per questo la terapia chirurgica riesce solo a prolungare la sopravvivenza, ma non porta mai a guarigione chi è affetto da questa malattia: la sopravvivenza dei pazienti affetti da glioblastoma è breve, mediamente solo 15 mesi dalla diagnosi. Questo tumore colpisce ogni anno circa 1.500 italiani, con un picco di incidenza compreso tra 50 e 65 anni.

Gli studiosi hanno scoperto che le cellule del glioblastoma  si muovono utilizzando una proteina, l’integrina alfa 7, che, come le ruote di un treno, viaggia speditamente su una sorta di rotaie prodotte dalla laminina, una proteina che traccia dei percorsi per le cellule staminali che sono così in grado di invadere i tessuti cerebrali e  hanno individuato un anticorpo  capace di  arrestare la migrazione delle cellule staminali, bloccando la crescita del tumore.

Lo studio - che ha coinvolto  “Studi di questo tipo sono molto complessi e assai impegnativi per tutti i componenti del team di ricerca”, osserva il professor Roberto Pallini, Unità Operativa Complessa di Neurochirurgia dell’Università Cattolica-Policlinico - avrà come prossimo bersaglio l'individuazione dell'approccio terapeutico più adeguato: "Stiamo decidendo - spiega De Maria in una nota - se procedere con lo sviluppo dell’anticorpo o se cercare di produrre un farmaco che inibisca l’integrina alfa 7 e che superi la barriera ematoencefalica in modo da ottenere una buona efficacia terapeutica”.